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Obbligo di omertà per i richiedenti asilo

Grave provvedimento punitivo della Prefettura e della Cooperativa Ekopra contro tre profughi del Centro di Accoglienza Straordinaria di via Bocchi a Brescia. La colpa dei tre è aver denunciato pubblicamente le pessime condizioni di accoglienza.

Dell’ormai noto Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) di via Bocchi a Brescia, gestito dalla Cooperativa Ekopra di Bovezzo con appalto assegnato dalla Prefettura, i media locali avevano iniziato a parlare un anno fa, nell’agosto 2016, quando la Lega Nord aveva preso a pretesto proprio l’apertura di questa struttura per lanciare l’ennesimo allarme contro l’“invasione degli immigrati clandestini”.
Peraltro in quell’occasione il Sindaco di Brescia, del Partito Democratico, si schierò di fatto dalla parte dei leghisti. O meglio, usò i loro stessi argomenti per alzare ancora di più i toni: arrivò a dichiarare che la decisione della Prefettura di sistemare a Brescia altri profughi nel nuovo Cas rappresentava “una ferita” inferta ai rapporti tra le istituzioni, in una città già oberata, a dire di Del Bono, da un numero di richiedenti asilo eccessivamente elevato… benché nella realtà di molto inferiore allo zero virgola percentuale del numero dei residenti.
Senonché furono proprio i leghisti, con l’Assessora Regionale alla Paura Simona Bordonali, a smarcarsi dal Sindaco. In pochi giorni i leghisti cambiarono completamente giudizio sul Cas di via Bocchi. Passarono a definirlo un’eccezione, un’“anomalia positiva”, ben gestita, soprattutto – disse la Bordonali – “perché questo Centro ospita veri profughi”, cioè anche donne e bambini che scappano da una guerra (come se invece la fame o la povertà, o gli effetti più devastanti della crisi climatica, non fossero per chiunque motivi validi per migrare).

Nelle scorse settimane una nuova puntata della vicenda. La Bordonali e i suoi hanno cambiato idea un’altra volta: sono tornati a denunciare il Cas di via Bocchi come esempio di mala accoglienza. Una buona occasione, per loro, per alimentare la solita campagna xenofoba.

Qual è la realtà dei fatti in via Bocchi? Meglio di chiunque la conoscono le persone che in quel Cas vivono, i profughi richiedenti asilo.
Ebbene, sono proprio i profughi di via Bocchi ad aver fornito con il loro racconto, con fotografie e video questi elementi: sovraffollamento, cibo scadente (o meglio, spesso scaduto), gravi carenze nelle condizioni igieniche e nell’assistenza sanitaria, nel supporto legale e nei corsi di italiano che da contratto dovrebbero essere erogati dalla cooperativa.
Sono proprio loro ad aver denunciato questa situazione nelle scorse settimane. Sono proprio loro che ne hanno parlato agli esponenti leghisti, nella speranza mal riposta di ottenere aiuto.
I leghisti verso fine luglio, usando quelle testimonianze, hanno tenuto una conferenza stampa che ha avuto ampio risalto sui media locali. Una denuncia della mala accoglienza in via Bocchi, oltre che propaganda anti immigrazione e polemica con l’Amministrazione comunale.

Dopo la conferenza stampa qualcosa è successo. Un provvedimento molto concreto è stato adottato in via Bocchi. Si tratta però di un provvedimento che non ha nulla a che vedere con il miglioramento delle condizioni di accoglienza. Si tratta al contrario di una vera e propria rappreseglia proprio della stessa Cooperativa Ekopra e della Prefettura contro tre ospiti della struttura, un senegalese e due gambiani.
La colpa dei tre è proprio l’aver denunciato la situazione del Cas. È questa la ragione vera, non dichiarata, per la quale la cooperativa giorni fa ha comunicato loro di volerli trasferire in un altro Centro di accoglienza straordinaria, sempre gestito da Ekopra e dove peraltro la situazione non sembra affatto migliore che in via Bocchi. Per destinazione un appartamento situato a Fiesse, paese della bassa a 50 chilometri da Brescia. Lì i tre profughi non conoscono nessuno e la lontanza dalle relazioni di amicizia finalmente iniziate in città è davvero troppo grande.

La cooperativa, che ovviamente nega l’esistenza di qualsiasi carenza in via Bocchi, ufficialmente giustifica la decisione del trasferimento come semplice rimedio ad una situazione di sovraffollamento che si era creata temporaneamente. Guarda caso però i destinatari della disposizione sono proprio persone che si erano molto esposte nel denunciare pubblicamente le condizioni dell’accoglienza.

I tre richiedenti asilo decidono allora di rivolgersi ad un avvocato, con il tramite dell’Associazione Diritti per Tutti. All’avvocato confermano per iscritto le dichiarazioni già fatte ai leghisti sul Cas di via Bocchi e denunciano il trasferimento come atto punitivo.

Ma intanto nel giro di pochi giorni la Prefettura emana nei loro confronti prima un atto di diffida dal tenere “comportamenti scorretti e non conformi alle norme” e poi, martedì 8 agosto, addirittura un decreto – comunicato ed eseguito dalla Questura – di revoca delle misure di accoglienza e di esclusione immediata da tutte le strutture deputate a tale scopo.

Sanzioni molto pesanti in rapida escalation. Contro tre profughi che hanno osato prendere parola per rendere pubbliche le gravi carenze nel funzionamento della struttura di accoglienza gestita in via Bocchi dalla Cooperativa Ekopra su appalto della Prefettura. Tanto basta all’ente gestore dell’accoglienza e alle istituzioni per lasciare in mezzo alla strada delle persone ancora prima che abbiano una risposta alla loro domanda di regolarizzazione in Italia.
Questa è la sostanza. Le vaghe e imprecise motivazioni formali scritte nei documenti ufficiali servono solo a tentare di nasconderla.

I leghisti per parte loro possono dirsi soddisfatti: hanno potuto usare questa vicenda per i loro spot “basta invasione” e in più a pagare il conto sono proprio tre richiedenti asilo buttati fuori dall’accoglienza.

Quello di via Bocchi è un esempio rappresentativo del funzionamento ordinario del sistema di accoglienza. Un sistema in gran parte emergenziale, appaltato a privati in cerca di profitto economico, che le istituzioni utilizzano più che per accogliere per marginalizzare, subordinare, contenere ed infine respingere. Un sistema con gravi carenze nei servizi erogati ai richiedenti asilo in strutture spesso inadeguate, segnato da un corollario di abusi e ricatti, di interpretazioni quanto meno disinvolte della stessa normativa, di punizioni e rappresaglie che colpiscono anzitutto chi osa alzare testa. Caratteristiche e finalità ora accentuate dalla legge Minniti-Orlando, dalla criminalizzazione persino del soccorso in mare e più in generale della solidarietà, dalla prospettiva dell’apertura anche a Montichiari di un carcere per immigrati irregolari.

Una realtà che è anche l’esito in fin dei conti di una sintonia sostanziale tra governo e istituzioni che gestiscono il sistema di accoglienza da un lato e i razzisti doc della Lega che lanciano quotidiani proclami di ostilità contro gli immigrati dall’altro. Il comun denominatore è che gli immigrati sono anzitutto un problema, da contenere, rifiutare e consegnare all’invisibilità sociale, quando non ai lager libici o ai fondali del mar Mediterraneo.

Una realtà inaccettabile, che gli uomini e le donne del mondo di sotto, migranti, solidali e antirazzisti/e, non possono e non vogliono subire passivamente.

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