Le questioni ben note, anche al governo Letta

La ministra dell’Integrazione è a Brescia il 10 e l’11 gennaio.

A Cècile Kyenge la nostra convinta solidarietà per gli intollerabili attacchi razzisti che i fascisti e i leghisti le rivolgono. Siamo con Cècile Kyenge nel rifiutare che la provenienza geografica, la lingua madre, il colore della pelle vengano usati come pregiudizi che legittimano l’ingiuria e la discriminazione verso di lei, come verso qualunque altra persona o gruppo sociale, per quello che è o per la condizione che vive.
E’ proprio per questi stessi motivi che contrastiamo anche i dispositivi e le leggi in vigore in Italia per il controllo e la selezione dei migranti. Perché promuovono la diseguaglianza e lo sfruttamento.

Il razzismo, anche quello istituzionale, non è migliorabile. Va semplicemente abolito. Non c’è nulla da migliorare o da umanizzare nei Centri di detenzione per migranti (i CIE, ex CPT), carceri di fatto (introdotte in Italia nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano, confermate e potenziate dalla successiva Bossi-Fini) all’interno delle quali le persone appartenenti a determinate categorie possono essere recluse per via amministrativa, non perché abbiano commesso un reato, bensì per la condizione che hanno, per quello che sono: immigrati da identificare. I CIE, come anche i campi di “accoglienza” chiamati CARA, sono di per se’ un abuso contro la dignità umana. Anche per questo è ingiustificabile la sorpresa manifestata persino da esponenti di governo indignati di fronte alle immagini che di recente sono arrivate fino agli schermi televisivi a documentare i trattamenti degradanti subiti dagli “ospiti” del CARA di Lampedusa. Quelle immagini non fanno altro che confermare ciò che era già evidente da 15 anni: i CIE e i CARA sono vergognose aberrazioni. Vanno chiusi, per sempre.

Non è da “revisionare” ma solo da abrogare la Bossi-Fini, la legge che subordina al contratto di lavoro il diritto al soggiorno dei migranti in Italia. E’ da questo punto centrale della Bossi-Fini – l’aggancio del permesso al contratto di lavoro – che discende la condizione di permanente ricattabilità e precarietà della forza lavoro immigrata. E’ questo legame a causare, fra l’altro, nella crisi occupazionale in atto, il rischio di mancato rinnovo del permesso di soggiorno per tantissime persone e famiglie in Italia anche da molti anni. E’ anche questo legame a costringere ormai da un anno centinaia di lavoratori della logistica a dar vita a lotte coraggiose e determinate in tante città, sotto minaccia di licenziamento e nella latitanza dei sindacati confederali, per ottenere di non essere trattati come schiavi nei magazzini di stoccaggio merci, per orari e ritmi sostenibili, migliori condizioni salariali, per il rispetto del diritto a ferie e malattia.
Superare la legge Bossi-Fini significa anzitutto spezzare il nesso tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Dunque non può voler dire giocare il trucco di cambiarla riesumando la precedente legge Turco-Napolitano, anch’essa fondata su quello stesso legame, per quanto applicato in modo meno stringente. Non può voler dire nemmeno continuare a ignorare la necessità di un meccanismo ordinario attraverso il quale i migranti già in Italia possano ottenere la regolarizzazione, in prima persona, senza doversi affidare ad intermediari o falsi datori di lavoro.

Sono noti da molto tempo almeno alcuni dei gravi problemi che concorrono a rendere difficile la condizione dei migranti in particolare a Brescia, in una città e provincia fra le più importanti in Italia per numero assoluto di donne e uomini non comunitari che vi risiedono e che sono al lavoro nelle fabbriche, nei cantieri, nella logistica, negli ospedali, nelle case degli italiani.
Lo Sportello Unico per l’Immigrazione funziona da anni in modo disastroso, sotto organico e senza che, al netto degli annunci e delle solite rassicurazioni, sia stato ancora avviato dai vertici della Prefettura un miglioramento rapido e tangibile. E’ un caso tanto grave, quello del SUI di Brescia, da essere forse unico in Italia. Comporta, per esempio, che chi pagando migliaia di euro ha fatto domanda di regolarizzazione con la sanatoria del 2012, debba attendere, ad oggi, ancora anni per avere una risposta. Risposta che poi potrebbe essere negativa per la mancanza di qualcuno degli assai discutibili requisiti che il governo Monti a suo tempo aveva fissato, in forza della Bossi-Fini, per la concessione del permesso di soggiorno.
Ma non va molto meglio presso la Direzione Provinciale del Lavoro o presso la Questura di Brescia. Anche qui coloro che attendono il rilascio o il rinnovo del permesso affrontano un’esasperante ordinaria lentezza, che nella sua cronicità è un vero e proprio abuso fra altri abusi originati e legittimati dalla legislazione differenziata in vigore, dal diritto minore che ordina la vita dei migranti in questo Paese.

Anche a Brescia inoltre, i profughi e i rifugiati, dopo aver ricevuto in Italia un’accoglienza tutt’altro che degna, hanno dovuto occupare uno stabile vuoto per non dormire per strada nell’indifferenza delle istituzioni. Queste persone, come i migranti sfrattati e rimasti senza casa in questi anni dopo aver perso il lavoro, si vedono tuttora negato anche il diritto a risiedere legalmente nel Comune entro il quale vivono, benché la residenza sia necessaria per l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale e ai Centri per l’Impiego. 

La ministra Kyenge tutte queste cose le conosce già, come le sanno il partito (PD) e il governo dei quali fa parte. Le sanno e sono tenuti a conoscerle già da molto tempo, data la perdurante ed evidente gravità della situazione. Eppure un cambiamento di rotta radicale, necessario quanto urgente, delle politiche sull’immigrazione non appare all’orizzonte.
E’ di questo che vogliamo chiedere conto anche alla ministra Kyenge, anche se il suo ministero dell’Integrazione svolge nei fatti funzioni consultive e di rappresentanza, mentre sono i ministeri dell’Interno e del Lavoro ad esercitare i poteri effettivi nel governo dell’immigrazione.
La ministra dovrebbe darne conto perché gli atti simbolici, come gli annunci e le promesse generiche – arrivate in questi mesi, come voci per niente unanimi, dai palazzi della politica ufficiale e dal governo – riguardo all’opportunità di “migliorare” e “correggere” le leggi in vigore sono novità, certo. Risaltano sullo sfondo di decenni di chiusura totale dei governi verso le richieste e le proteste dei migranti. Ma non sono di per se’ novità tali da compensare i fatti concreti, che ancora, anche quando non mancano, sono tutt’altro che promettenti e innovativi.

Dovrebbe rendere conto di questo la ministra, perché invece è proprio ora di farla finita, subito e davvero, con la logica emergenziale del controllo militare delle frontiere contro un’invasione inesistente. E’ ora di abolire le leggi in vigore, la cui stessa ragion d’essere è nei loro dispositivi di confinamento e controllo, nel garantire anzitutto precarietà e sfruttamento lavorativo dei migranti.
Perché sono necessari e urgenti un cambio netto di visione e provvedimenti concreti che affermino per tutti e tutte i diritti sociali e di cittadinanza (welfare pubblico, casa, reddito, formazione, condizioni di lavoro dignitose, salute) che al contrario il governo e il partito della ministra Kyenge sono impegnati a tagliare e privatizzare a danno di milioni di persone, italiane e immigrate, in sintonia con i diktat dell’Europa neoliberista e in continuità con le politiche dei governi precedenti (quelli guidati anzitutto da chi ancora oggi ha la faccia di proclamarsi contro l’immigrazione “perché prima vengono gli italiani”). E’ in corso un progressivo svuotamento dei contenuti sostanziali della cittadinanza, delle sue promesse di inclusione universalistica, così che persino il proposito di semplificare il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati rischia di perdere molta parte del significato effettivo, prospetta l’ingresso in un involucro sempre più vuoto.

Dopo le terribili stragi dell’ottobre 2013 nel mare di Lampedusa, in questi mesi abbiamo visto  riprodursi azioni di ribellione nei CIE e nei CARA, come le iniziative per la chiusura dei centri di detenzione, le mobilitazioni per l’abrogazione della legge Bossi-Fini, per conquistare dignità nei luoghi di lavoro, per il diritto all’abitare e alla residenza anche di migranti, profughi e rifugiati. Sono questi fatti, questi segnali, che più di tutto possono ridare forza e speranza agli immigrati in Italia.
Anche a Brescia – la città della battaglia della gru del 2010 per l’ottenimento dei permessi di soggiorno – l’esperienza concreta dice che senza lotta e mobilitazione collettiva dal basso non esiste possibilità di ottenere cambiamenti veri, quelli che portano all’affermazione di una libertà insopprimibile per tutti e tutte: la libertà di scegliere dove vivere, dove restare e verso dove muoversi. Siamo al fianco di chi agisce in tutti i modi necessari per affermare questa libertà, per eliminare ogni forma di assoggettamento, limitazione, condizionamento economico, giuridico, sociale che gravi sulla libera scelta del percorso di vita di qualunque persona.
Sull’apertura di queste prospettive giochiamo i nostri sforzi per costruire coalizioni, a Brescia come in Italia e in Europa. In questo poniamo la nostra fiducia più grande. Certo non negli annunci e negli atti del governo Letta e del suo principale azionista, il Partito Democratico.

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